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Stress e obesità

Stress e obesità

Lo stress può essere definito come un’esperienza emotiva negativa accompagnato da cambiamenti biochimici, fisiologici e comportamentali. Colpisce una alta percentuale della popolazione e ci sono evidenze che fanno credere che può indurre ad alcuni tipi di depressione. Può essere indotto da molti fattori tra cui l’insicurezza personale, sociale e professionale, ma anche da sonno alterato o insufficiente.

Diversi studi hanno dimostrato che una carenza di Vitamina D, Niacina, Folati, Vitamina B6, Vitamina B12 e Omega-3 può aumentare la suscettibilità allo stress e alla depressione. Una aumentata vulnerabilità è inoltre data dalla presenza di polimorfismi del gene del recettore del glucocorticoide, associato alla secrezione basale del cortisolo. Sono comunque spesso degli eventi specifici o periodi particolari della vita che possono scatenare delle reazioni allo stress, come ad esempio una gravidanza, delle situazioni di difficili rapporti sociali, ed in alcuni casi, può anche diventare cronico.

Ad una situazione di stress cronico spesso si associa un guadagno di peso, ed in particolare, l’accumulo di tessuto adiposo viscerale; questo si pensa sia correlato all’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrenale (asse HPA), e all’attività simpato-adrenale, che porta ad una iper-alimantazione incontrollata. E’ risaputo da tempo che l’obesità addominale e la sindrome metabolica sono strettamente correlati sia allo stress mentale che ad un malsano stile di vita, con una dieta povera, fumo, alcool e mancanza di attività fisica. Anche se questa correlazione stress / peso sta ottenendo l’approvazione scientifica, il suo potenziale ruolo causale nell’obesità clinica sembra essere ancora ampiamente trascurato. Infatti, la complessa interazione tra fattori ambientali, psicologici, nutrizionali, sociali e biologici è ancora assente nel focus scientifico sullo stress come potenziale causa di obesità. Molti professionisti sanitari hanno identificato alcuni cibi e bevande come fattori causali che promuovono l’obesità in individui stressati, tralasciando la potenziale vera eziologia e, di conseguenza, la sua vera soluzione. Una maggiore voglia e consumo di cibi e bevande ricchi di carboidrati e grassi sono solo dei mediatori, non causa.

Sono stati fatti diversi studi sul nesso esistente tra stress, cattiva qualità del sonno, aumento dell’appetito e del desiderio di cibi ricchi in grassi e zuccheri, e scarsa volontà e motivazione nel praticare attività fisica.

Lo stress, nella società, aumenta parallelamente l’obesità addominale

Negli ultimi 60 anni lo stress è aumentato nella maggior parte dei paesi industriali e colpisce la maggioranza della popolazione. Questo aumento sembra essere parallelo all’aumento del tasso di obesità, ed in particolare, all’aumento della grasso addominale sia in Europa che negli Stati Uniti d’America. L’aumento dell’obesità addominale, spesso però, si verifica in contrapposizione con i valori del BMI, che spesso scendono; quindi, mentre da un lato inizia a diminuire il BMI, dall’altro aumenta il rischio di cattiva salute proporzionale al grasso addominale che aumenta. Il BMI non riflettere la composizione del corpo, quindi in presenza di un BMI normale è possibile avere una alterata massa corporea e viceversa.

Vi sono poi delle condizioni particolari, che meritano particolare attenzione. Mentre lo stress può aumentare l’obesità addominale a tutte le età, durante la gravidanza può predisporre la prole ad una più sensibile risposta a fattori di stress, portando allo sviluppo di obesità e deposito di grasso addominale per tutta la durata della vita. Tra i fattori causali vi è la diminuzione della durata del sonno della madre, uno sbagliato comportamento alimentare con una sbagliata scelta degli alimenti. Questi comportamenti possono esercitare un effetto sulla programmazione del cervello del feto che può risentirne per tutta la vita.

Associazioni tra stress mentale, ansia e benessere, obesità addominale e meccanismi correlati

Diversi studi hanno dimostrato una chiara associazione tra lo stress e l’aumento di peso con il grasso addominale (misurato come rapporto tra vita-anca). Vengono stabiliti dei comportamenti alimentari legati all’emotività con la scelta di spuntini dolci, anche se non si osservano delle variazioni dei marcatori che segnalano il senso di appetito. Le donne aumentano il consumo di cibi gradevoli (alti livelli di calorie, alti zuccheri, alti grassi) fuori pasto, mentre gli uomini hanno una risposta minore, riuscendo ad avere maggiore controllo. E’ stato osservato un aumento dei livelli di cortisolo, glucosio e insulina nel sangue. Il fattore che influenza la risposta allo stress è dato dalla personalità; infatti, le persone con una spiccata capacità di controllo, riescono a gestire le sensazioni, mentre, le persone prive di tale capacità perdono ogni freno, aumentando il consumo di cibo anche in assenza di appetito, e la scelta di determinati cibi è la risposta alla richiesta del cervello di “ricompensa”. A livello cerebrale, si attivano l’amigdala e l’ippocampo, con un aumento dei livelli di cortisolo; il meccanismo che si attiva crea una stretta interazione tra l’asse HPA ed il sistema simpato-adrenale. Il cortisolo, prodotto dalla corteccia surrenale, attiva l’asse HPA mentre il sistema simpato-adrenale agisce attraverso la midollare surrenale, inducendo il rilascio di adrenalina e noradrenalina. Il cortisolo attiva un feedback negativo all’asse HPA, mentre adrenalina e noradrenalina attivano un feedback positivo, aumentando ancora più l’attività dell’asse HPA. Studi fatti su modello animale ed umano sembrerebbero aver dimostrato che, mentre l’asse HPA si abitua rapidamente a fattori stressogeni, il sistema simpato-adrenale no, continuando ad attivare l’asse HPA.

L’assunzione di alimenti altamente gradevoli, come risposta allo stress, attiva il sistema di ricompensa del cervello che coinvolge gli oppioidi, dopamina e endocannabinoidi; questo attiva il sistema limbico, rinforzando il comportamento e l’attivazione del sistema simpato-adrenale e HPA-asse. Il grasso addominale deriva proprio dal continuo rilascio di cortisolo, che esercita anche un effetto negativo sul possibile sviluppo di patologie, quali il diabete di tipo 2, ipertensione, dislipidemia e malattie cardiovascolari.

L’influenza dello stress sui piani dietetici

Considerando che lo stress è una condizione negativa, sia psicologica che fisiologica, che induce un aumentato consumo di cibo e deposito di grasso addominale, è chiaro che risulta difficile pensare alla possibile capacità degli individui affetti di poter portare avanti un piano alimentare bilanciato, e un corretto stile di vita. Diversi studi hanno infatti dimostrato che alti livelli di stress e bassa motivazione impediscono la perdita di peso, aumentando la percentuale di abbandono. Lo stress rappresenta una barriera importante per la perdita di peso e per un miglioramento della salute, quindi, oltre allo sviluppo di un piano alimentare adeguato, l’obiettivo dei professionisti dovrebbe essere quello di migliorare la gestione dello stress, con un programma di lifestyle, ottenendo come risultato, un netto miglioramento del controllo dell’appetito e delle “voglie”, dei livelli di biomarcatori cardiometabolici, dell’adiposità viscerale.

Interventi nutrizionali per lo stress o gestione del peso?

Diversi studi osservazionali hanno collegato la carenza di alcune vitamine del gruppo B, di minerali come il calcio e il magnesio, e di acidi grassi omega 3 all’aumentato rischio di stress mentale. Si è visto che bassi livelli di vitamina B12 erano associati a livelli di stress più elevati, e che le vitamine ed i minerali possono influenzare lo sviluppo di stress cronico. Uno studio ha dimostrato che, per evitare ciò, il cervello aumenta le richieste di nutrienti essenziali, cercando di ottimizzare il metabolismo e le funzioni psichiche. Altri studi hanno valutato la possibilità di avere dei benefici utilizzando degli integratori multivitaminici, di minerali e di aminoacidi, ottenendo dei risultati positivi, osservando una maggiore resistenza allo stress. Si pensa che questi possano interferire con dei processi biologici e quindi influenzare l’emotività, ed in particolare, una combinazione di vitamine del gruppo B e minerali quali calcio e magnesio, ha degli effetti positivi su ansia, lievi sintomi psichiatrici e sbalzi di umore quotidiani. Inoltre, alcuni studi clinici hanno valutato l’effetto dato da una integrazione con acidi-grassi omega-3 nel trattamento di disturbi depressivi, ottenendo anche in questo caso dei risultati positivi. Questi risultano efficaci anche in casi di depressione dove i pazienti risultano resistenti al trattamento convenzionale, nella depressione infantile e in pazienti con manifestazioni di autolesionismo. Un trattamento di 6 settimane è in grado di ridurre i livelli di cortisolo. Una vasta gamma di studi sperimentali ben controllati hanno poi dimostrato anche possibili effetti benefici con integrazione di amminoacidi e carboidrati (compreso lo zucchero); è stato dimostrato che fonti di triptofano e carboidrati sono in grado di ridurre gli effetti negativi dello stress sui livelli di attenzione, attivando il sistema serotoninergico del cervello, centro di controllo dell’adattamento allo stress e dell’umore. La difficoltà dell’integrazione è data dallo stabilire le giuste proporzioni tra vitamine, minerali e acidi grassi, che cambiano a seconda delle caratteristiche della popolazione. E’ comunque incoraggiante l’idea che con diverse combinazioni sono stati ottenuti risultati interessanti in 30 giorni di trattamento, facendo sperare in una futura terapia di supporto.

 

L’influenza dello stress sulla qualità del sonno: collegamenti con l’obesità

Molti studi epidemiologici hanno dimostrato che un sonno non adeguato ha un grosso impatto sullo sviluppo dell’obesità e soprattutto sull’adiposità addominale, sia nei bambini che negli adulti. L’aumento di assunzione di calorie, in risposta alla privazione di sonno, può essere spiegato solo parzialmente dai cambiamenti ormonali che regolano il senso di fame (leptina, grelina). Si è visto che un sonno non adeguato aumenta la risposta neuronale nella ricerca di cibi ad alta densità energetica in soggetti normopeso similmente a come accade in seguito all’attivazione dell’asse HPA dopo una condizione di alti livelli di stress. Nel controllo della perdita di peso in persone obese, il sonno ha avuto un grosso impatto, aiutando molto anche il miglioramento delle masse corporee ed è stato riscontrato che un aumento della durata del sonno da <6 h a 7-8 per notte è associato ad una si perdita di peso, ma soprattutto ad una riduzione dell’adiposità addominale; infatti, anche se si verificava una perdita di peso, l’adiposità addominale poteva comunque rimanere alta.

E’ risaputo che lo stress svolge un ruolo importante sia nell’etologia che nella persistenza dei disturbi del sonno, infatti la qualità del sonno varia in funzione degli eventi quotidiani stressanti. Diversi studi hanno indagato però sulle più dirette interazioni tra sonno e attivazione dell’asse HPA, principale sistema neuroendocrino coinvolto nelle risposte allo stress. Una aumentata attività dell’asse HPA aumenta l’eccitazione corticale, rendendo il sonno più leggero con frequenti sveglie notturne, e a peggiorare il tutto è che il sonno stesso diventa fattore stressante, in quanto non risulta essere un fattore rilassante in grado di alleviare l’impatto negativo che ha lo stress quotidiano. In soggetti normali o leggermente in sovrappeso bastano 2 notti di sonno disturbato ad aumentare del 19% i livelli di ormone adrenocorticotropico, con conseguente difficoltà nel dormire, ad aumentare del 21% i livelli di cortisolo ed a far saltare i normali ritmi circadiani. 

 

Articolo tratto da:

Geiker NRW, Astrup A, Hjorth MF, Sjödin A, Pijls L, Markus RC.

Does stress influence sleep patterns, food intake, weight gain, abdominal obesity and weight loss interventions and vice versa?

Obes Rev. 2017 Aug 28. doi: 10.1111/obr.12603.

 

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